lunedì 27 aprile 2020

Cena (25)


ORAZIONE


(Che,
a mo’ di saluto,
fuor-usciti,
mentre la morte già lo guarda
dalle torri di Còrdova,
il nostro rivolge,
come congedo,
ai tré rimasti,
poiché il sacrestano e il médico,
stranamente,
non ci sono più.)

Sai la casida del pianto di Garcia Lorca?

Ho chiuso la finestra perché non voglio sentire il pianto,
ma dietro i muri grigi non si sente che il pianto. Ci sono pochi angeli che cantino, ci sono pochissimi cani che latrino.
Mille violini stanno sul palmo della mia mano.

E’ come un concerto di grilli impazziti dal caldo. Si sta bene in giro col gilet e i pollici alla cintura. A passeggiare.
Niente paura, ragazzi. Ciao, Filippo e grazie. Penserò ancora a te, come un istante fa, sicuramente.
Sì, sì. Sto attento. Ho la testa sulle spalle.
Bevuto? Sì, ma lo tengo bene il vino.
Ragazzi, pensando al mondo e a Dio, pensate anche a me, qualche volta.

Antonio De Petro, Fuor della vita è il termine

domenica 26 aprile 2020

Cena (24)


Bravo, Filippo! Ti mèriti un brindisi.
Senti, senti che evviva!
Ma làsciali fare. Che si sbrònzino duri. Tu, ascòltami.
Perché, quando stiamo bene, ci dimentichiamo delle
cose grandi e diventiamo bestie?
E perché, quando stiamo male, ne prendiamo motivo
per far la stessa cosa e diventiamo, anche allora, bestie?
Ci vuole, non so, un distacco enorme da se stessi per
ricordarsi e rivivere le cose grandi nell’euforia, nel dolore e nel
l’infamia dell’errore.
Vedi che sono lucido ancòra?
Io spero che arrivi presto, per me, l’età in cui certa menzogna
non ci sia più. Ma verrà? Un’età in cui ci sia solo la
contemplazione.
La contemplazione, questa sì ch’è una parola diversa,
ragazzi!
Io, qui, ho visto una massa di gente smarrita in case in
rovina. Non parlo solo delle case di mattoni. Del cuore parlo.
Si è raggiunto un modus vivendi che rende accettabile
anche la noia, anche la mancanza di lavoro,
anche il venire
di giorni in cui non accadrà nulla.
Perché fuggite il punto fondamentale?
Guardate ‘ste facce qua attorno. Guardate! Molti son
destinati all’ozio, a vite inutili e squallide. A squallide morti.
Come dice Eliot.
Anche la morte è diventata la sera dalla quale ci si salva
non pensandoci, per voi. Anche la morte ci trova insensibili,
non dice nulla.
E guardali come invocano e àugurano. Invocano chi?
Augurano cosa? Li credi amici?
Cos’è per loro stare insieme? Un alveare senza miele,
una seccatura se non c’è da godere, una casa priva di figli da
tirar grandi, un albero senza frutti.
Antonio De Petro, Fuor della vita è il termine

sabato 25 aprile 2020

Cena (23)

INVOCAZIONI


(Alla fine delle quali,
il lettore accorto
potrà
rèndersi conto
che la dignità
non è vincere,
ma saper rinàscere
e che l’ars moriendi è una virtù
da conquistare
e che, in fin dei conti,
è possibile
farsi una domanda:
“In vino veritas?”)
Antonio De Petro, Fuor della vita è il termine


venerdì 24 aprile 2020

Cena (22)

CANTICO
TRA
GLI
EVVIVA


(Dove,
pure,
dimenticando il proverbio
dei briganti
“Non t’ingannare della cortesia”,
nel cuore delle tenebre,
anziché dire
alla confidenza
“Keep left”,
il Pasquale rivela
alcuni particolari
al mèdico).

Ma lascia che i morti seppelliscano i morti!
Facciàm come Dio, va’, dottore, che ascolta anche i miseri, senza frustrarli. E beviamo alla salute dell’orologio di piazza Polmonite.

Le vittime sono necessarie. E il ventitrè novembre ottantuno faranno il compleanno del terremoto: aggiusteranno l’orologio, credendo di aver messo a posto tutto!

Antonio De Petro, Fuor della vita è il termine

giovedì 23 aprile 2020

Cena (21)

RESPONSORIO

(In cui il nostro Pasquale,
trasformàndosi
da quercia
in ulivo ritorto,
col pudore sconvolto
dell’infelicità,
dà il disco verde
al suo tormento
- che sfoci-
e
rivela un fatto
importantissimo e crudele.)

Sai qual è? La morte.
Ma non la morte così. La morte di Silvia, di mia moglie.
Antonio De Petro, Fuor della vita è il termine

mercoledì 22 aprile 2020

Cena (20)

(Dove,
finito il làuto cenone,
durante il quale
si son bevuti fiumi
anche
delle acque oligominerali,
arsenicali-ferruginose,
sulfuree – o zolfose? –
di Rapolla e di Contursi,
acque benèfiche
all’apparato genitale,
ai reni,
alle articolazioni,
il vino dà forse alla testa
e uno cade per terra.
Eccètera.)



Eh, sì: l’uomo scopre che il piede gli affonda dove aveva creduto di camminare sulla roccia. E viceversa. È il tuo destino che ti dice: Ragazzo, non credere di aver fatto chissà cosa. Ne hai ancora di strada!
Per me è così.
Come?
Un discorso? Ah, il famoso discorso.
Anche tu? Ah, è per quello che scrivevi. Ti sei preparato?
Ohèi, Filippo. Quando tocca a te, tiènila corta. Altrimenti ti facciam cadere per terra.
Antonio De Petro, Fuor della vita è il termine

martedì 21 aprile 2020

Cena (19)

Ma che ti serve guadagnare, se perdi il motivo della vita? Che vai avanti per fare, per i figli?
Ma i figli, quando toccherà loro, se n’andranno dove vorranno. Ed è giusto. E allora, tu?
Sì, così: con gli spintoni della buona e della cattiva sorte!
Sì. Lo so, come dite voi, che nessuno nasce imparato.
No, ragazzo mio. Mi meraviglio di te che sei sacrestano e quindi un quasi – prete: un uomo vuole sempre raggiungere la vetta di un colle nella vita, se ne sbagli uno, non fai più in tempo a scalarne un altro.
Sì, per noi il passato è passato per sempre. Ma il passato resta anche in eterno. Sennò, che càvolo ci sta a fare la morte?
Insomma: la morte c’è. Che vuol dire?
Vuol dire che tutto ciò che fai, adesso, in questo istante, finisce. È il limite.
Ecco: ma, nello stesso tempo, vuol dire che ciò che fai resta in eterno, perché ti determina per sempre. La morte è una parabola, un’allegoria.
Sì, un’allegoria che fa male. Un’allegoria assurda, ma, se non ci fosse, così com’è, imprevista e crudele, noi saremmo tanto superficiali da annientarci con le nostre mani.
Antonio De Petro, Fuor della vita è il termine